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I molti Scenari della Guerra del Petrolio
10/12/2014

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Il 27 novembre 2014 verrà probabilmente ricordato sui libri di storia come la data d’inizio della guerra del petrolio, che si dipanerà nei prossimi mesi.
Con una mossa a sorpresa l’OPEC, il cartello di 14 paesi produttori che controlla insieme il 40% della produzione di greggio mondiale, ha deciso di non contrastare la pressione al calo dei prezzi del petrolio, rinunciando a tagliare la produzione. La reazione del mercato è stata violentissima. Nonostante il prezzo del petrolio WTI, la tipologia più diffusa sul mercato, fosse già sceso da oltre 107 dollari al barile di giugno ai 74 (-31%) della vigilia del meeting OPEC, lo shock creato dall’inattesa notizia ha provocato un altro tuffo immediato sotto i 66 dollari al barile e portato il calo a quasi il 40% in soli 6 mesi. Come mostra il grafico, l’inclinazione della discesa comincia ad assomigliare sinistramente a quella che, al culmine della violenta crisi economica del 2008, trascinò in 7 mesi il prezzo del greggio da 147 a 34 dollari.
Ma allora il greggio era reduce da una cavalcata speculativa rialzista di due anni, alimentata da alcune banche d’affari americane, che venne colta di sorpresa dalla crisi finanziaria che bloccò repentinamente la crescita mondiale.
Questa volta il calo non è certo partito da vette insostenibili e si è manifestato nonostante dal medio - oriente stiano continuando a bruciare focolai di instabilità geopolitica che in passato hanno sempre favorito aumenti del prezzo.
La decisione di fine novembre dell’OPEC fa piuttosto pensare alla resa dei conti di un lungo braccio di ferro che in questi anni ha visto gli USA impegnati a contrastare sempre più il ruolo politico ed il potere di controllo dei prezzi da parte dell’OPEC. Una vera e propria prova di forza il cui esito sconvolgerà gli equilibri produttivi e la struttura del mercato energetico per molti anni a venire.
Il quadro che ha dominato gli anni dal 1970 ad oggi, imperniato sul sostanziale controllo dei prezzi da parte del cartello OPEC, che controlla circa il 40% della produzione mondiale di greggio, è stato sconvolto, a partire dalla fine del secolo scorso, grazie all’affermarsi delle molte tecnologie che estraggono energia da fonti rinnovabili (fotovoltaico, eolico, geotermico), ma soprattutto dall’impetuoso irrompere della shale-economy, una nuova tecnologia estrattiva che negli ultimi anni ha visto, specialmente in USA, un boom di adepti ed un fiorire di iniziative paragonabile (con le dovute proporzioni) alla new economy degli anni ’90. Si è creato un settore estrattivo che, grazie alla tecnologia detta “fracking”, riesce ad ottenere petrolio e gas dalle rocce del sottosuolo, mediante pompaggio di getti d’acqua ad alta pressione. E’ una tecnologia nociva per la struttura geologica del sottosuolo. Per questo è osteggiata dagli ambientalisti e nei paesi più sensibili alle tematiche ambientali è stata proibita o fortemente limitata. In Europa ha avuto seguito solo in alcuni paesi baltici. Ma si sa che in America la tutela dell’ambiente viene sempre dopo il business, per cui lo sviluppo di questa tecnologia ha si è imposto in modo massiccio, consentendo agli USA di accrescere in pochi anni la capacità produttiva di gas di 20 volte e quella di petrolio di circa 4 volte, diventando così il terzo produttore mondiale. A questi ritmi gli USA, tradizionalmente il paese più energivoro al mondo e tradizionalmente dipendente dalle forniture arabe al punto di basare sugli interessi energetici la stessa politica estera, raggiungerà entro il prossimo anno l’autosufficienza energetica.
La sovrapproduzione di gas e di petrolio ha così causato un vero e proprio ciclone sui prezzi. Prima è stato terremotato il prezzo del gas naturale, passato dai 13 dollari del 2008 agli attuali 3,70 dollari. Poi, a partire da quest’estate, lo tsunami è arrivato a sommergere anche il prezzo del greggio, sceso vistosamente, anche grazie al rallentamento economico generalizzato che ha diminuito la domanda. Il calo ha poi subito proprio ultimamente un’accelerazione drammatica dopo che l’OPEC non ha accettato di tagliare la sua produzione e farsi carico dell’eccesso di offerta per impedire ulteriori cali di prezzo.
La prova di forza dell’OPEC apre perciò le ostilità di una vera e propria guerra dei prezzi, dove i più forti sopravvivranno, mentre i produttori meno efficienti dovranno subire pesanti conseguenze. Quale sarà l’esito finale di questa guerra appena dichiarata e, di conseguenza, il punto di arresto della caduta dei prezzi del greggio, è ora piuttosto difficile prevederlo, come anche farsi un’idea chiara delle conseguenze che il risiko petrolifero avrà sugli altri mercati finanziari nel medio - lungo termine.
Lo dimostra l’ampio spettro dei commenti e delle previsioni che si accumulano in questi giorni, variegato come raramente mi è capitato di vedere.
L’analisi super-ottimista va di moda soprattutto nei commenti americani e sembra essere abbracciata anche dai mercati azionari, che, dopo una prima breve reazione di disorientamento, hanno proseguito l’allegro e spensierato rally di fine anno. Secondo questa interpretazione l’effetto del flop petrolifero causerà una ripresa alla grande del consumismo USA ed il ritorno a tassi di crescita da paese emergente per l’economia americana, grazie al maggior potere d’acquisto che resta in mano ai consumatori USA, ora che benzina ed energia costano significativamente di meno e che le imprese possono contare su una significativa riduzione dei costi di produzione. Molti sottolineano la forte correlazione inversa esistente tra fiducia dei consumatori e prezzo del gallone di benzina alla pompa. Perciò, se tutto il risparmio dal distributore si trasformerà in maggior consumismo, l’economia USA ne avrà solo benefici. Secondo questa scuola di pensiero anche la Cina, il maggior paese trasformatore al mondo, dovrebbe avere una bella boccata d’ossigeno per la riduzione dei costi a carico della sua manifattura. Una terza conseguenza, non di minore importanza per i mercati finanziari, si dovrebbe originare dalla carica deflazionistica che genererà l’attuale movimento sul petrolio, che si diffonderà anche sugli altri beni, dato il peso dei costi energetici sul prezzo finale di qualunque bene o servizio. Tutto ciò spingerà in basso il livello dei prezzi al consumo, ben al di sotto degli obiettivi delle Banche Centrali, togliendo alla FED l’urgenza di procedere alla normalizzazione della politica monetaria mediante il rialzo dei tassi. In Europa, già alle prese con minacce deflazionistiche, obbligherà invece Draghi ad intervenire con maggior sollecitudine con altre manovre monetarie non convenzionali ed il QE sui titoli di stato, e la stessa cosa succederà in Giappone. In questo modo altra droga monetaria arriverà alla speculazione rialzista dei mercati azionari ed obbligazionari.
 Insomma, il migliore dei mondi possibile per la speculazione rialzista sui mercati finanziari, che potranno permettersi di gonfiare un altro po’ la bolla senza troppi timori di deflagrazione.
Altri osservatori puntano invece sull’evocazione di scenari geopolitici in grande subbuglio, dato che la caduta del prezzo del greggio si conficca come una spina nel fianco di una economia russa già schiacciata dalle sanzioni occidentali, dalla fuga dei capitali e dal crollo del Rublo, ed imporrà a Putin contromisure che metteranno alla prova la stabilità politica russa e gli esiti della guerra quasi dimenticata in corso in Ucraina. Senza dimenticare che altri paesi produttori, come Iran, Venezuela, Nigeria, già in crisi economica, verrebbero anch’essi penalizzati oltremodo da prezzi in calo e subirebbero conseguenze potenzialmente destabilizzanti. E’ notizia di questi giorni che il Venezuela sta correndo a grandi falcate verso il default, con i rendimenti dei titoli di stato decennali che hanno superato il 20%. L’Iran potrebbe spingere di nuovo l’acceleratore sulla realizzazione delle centrali atomiche per differenziare la produzione, interrompendo così il lento processo di riavvicinamento agli USA.
Le previsioni più pessimistiche puntano invece sulle conseguenze che il braccio di ferro sui prezzi avrà sul giovane settore americano della shale-economy. Il boom che si è realizzato, e che ancora in questi mesi si sta trascinando, nonostante il calo dei prezzi del greggio e del gas, è stato possibile grazie al fatto che negli ultimi anni il prezzo del petrolio è stato costantemente vicino ai 100 dollari. Infatti tra le molte varianti alle tecnologie estrattive, quelle più efficienti, che richiedono capitali e dimensioni maggiori e sono appannaggio delle compagnie più importanti, hanno un prezzo di equilibrio intorno ai 50 dollari e sono ancora oggi abbastanza redditizie. Altre, utilizzate dai produttori minori, che hanno tentato l’avventura dell’oro nero come i cercatori d’oro nell’800 si erano buttati sul metallo giallo, hanno costi di produzione assai più elevati: alcune intorno agli 80 dollari per barile prodotto, altre addirittura sopra i 100. Questi produttori sono generalmente poco capitalizzati e assai indebitati presso il sistema bancario USA, che ha accompagnato forse troppo allegramente l’avventura degli shale-miner. Il prezzo del petrolio sotto i 70 dollari, se dovesse stabilizzarsi per qualche mese o addirittura scendere ancora, li espone a seri rischi di fallimento.
Del resto le quotazioni di borsa di molte società comprese nell’indice SP500 Energy Sector è letteralmente crollata in questi mesi, trascinando l’indice in un mercato orso che ha perso quasi il 20% da luglio. I pessimisti temono che possa succedere qualcosa di analogo a quel che capitò alla new economy, dove gran parte delle imprese che incorporavano il sogno del facile arricchimento fallirono miseramente. In questo caso potrebbero esserci effetti secondari piuttosto seri, a causa delle sofferenze che ciò potrebbe provocare sui bilanci delle banche USA più esposte su questi piccoli produttori.
Secondo un recente studio di JP Morgan, se il prezzo del greggio dovesse permanere per 3 anni agli attuali 65 dollari al barile, circa il 40% dei junk bond (obbligazioni a basso rating o prive di rating) emessi dalle società energetiche americane potrebbe andare in default. La somma ammonta a quasi 100 miliardi di dollari ed è dello stesso ordine di grandezza dell’impatto che ebbe nel 2007 il fenomeno dei subprime, da cui si originò il grande crack.
Insomma. Ce n’è per tutti i gusti. Il tempo ci dirà quale scenario si imporrà tra quelli descritti. Magari assisteremo a qualcosa che nessuno ora riesce a prevedere. Un motivo in più per non dare nulla per scontato. La cosa migliore sarà affidarsi ai grafici e seguire le intenzioni del mercato man mano che questo ce le vorrà comunicare, senza anticiparlo con brillanti ragionamenti, che potrebbero rivelarsi fallaci.

Grafico

Grafico
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