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Il gregge disorientato
04/04/2015

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L’andamento delle principali piazze finanziarie, nel primo trimestre del 2015, ha introdotto un importante elemento di riflessione. Confrontando gli andamenti dei principali mercati mondiali si coglie l’impressione di un marcato scollamento tra le diverse aree, che rende così diverse da una volta le correlazioni tra i movimenti direzionali delle varie piazze azionarie.
Ci stiamo abituando sempre più a vedere andamenti dissimili e spesso anche profondamente divergenti tra le borse americane e le altre piazze principali.
Sembra che sia stata mandata in soffitta (non so se definitivamente, ma certamente in questa fase di guerra valutaria) la cara e vecchia correlazione, che vedeva le borse viaggiare tutte più o meno agganciate al comportamento di Wall Street. Come un gregge di pecore guidate dal montone, procedevano sostanzialmente nella medesima direzione e la massima libertà che le singole piazze potevano prendersi era quella di accelerare o rallentare per brevi tratti, ma non certo quella di andare per un lungo periodo di tempo in direzione opposta all’indicazione proveniente dall’America.
Già la crisi dell’Eurosistema nel 2011 e 2012 aveva inferto un primo colpo a questo schema, andando a spaccare in due la componente europea del gregge e spingendo le pecore più indisciplinate finanziariamente a separarsi dal gruppo e fare ampi tratti in discesa, mentre il gruppo delle pecore europee più virtuose restava ben agganciato alla sua guida. Grecia, ma anche Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda accumularono allora un distacco enorme dal gregge e vennero individuate spregiativamente come i PIIGS, o, più educatamente, come i cosiddetti “periferici” dell’eurozona, indicando in questo modo chi non riusciva a tenere l’andatura del gregge e si esponeva all’aggressione dei lupi affamati che popolano i mercati finanziari.
Questo distacco venne favorito dall’incapacità europea, per lungo tempo, di unirsi al nuovo verbo imposto dal montone americano, che, a suon di manovre di allentamento monetario, che quintuplicarono in 6 anni la quantità di moneta stampata dalla Federal Reserve, forzò un’andatura rialzista speculativa sui mercati azionari a suon di liquidità gratuita e l’appiattimento dei rendimenti sui mercati obbligazionari.
Non tutte le pecore del gregge riuscirono a tenere quest’andatura. La più fedele fu quella inglese, da sempre legata molto più alle politiche americane che a quelle della banca centrale europea, che si adeguò subito varando la sua versione di Quantitative Easing, dopo aver anch’essa azzerato i tassi di interesse ufficiali. Seguì a ruota quella giapponese, che dopo oltre 20 anni di vagabondaggio molto lontana dai massimi assoluti, superò addirittura il maestro Bernanke, varando una potentissima e triplice manovra di sostegno all’asfittica economia: aumento di spesa pubblica, Easing quantitativo attraverso bordate di acquisti diretti di titoli pubblici e Easing Qualitativo, mediante l’aumento consistente della quota di azioni detenuta dai fondi pensionistici nipponici.
Con molto ritardo, e solo da pochi mesi, anche l’Europa si è adeguata all’andazzo della stampa facile di moneta per comprare titoli di stato, imitando gli Usa quando questi hanno cominciato a pensare al ritorno alla normalità monetaria. Ora la situazione si sta lentamente rovesciando. Il montone americano sta pensando a quando rialzare i tassi, dopo aver fermato da 6 mesi il pompaggio monetario. Il Giappone continua a pompare. La BCE ha appena cominciato, anche se l’effetto annuncio, che da un anno Draghi ha sapientemente propinato ai mercati, ha indotto le borse a scontare in anticipo gran parte dell’euforia rialzista. Nelle ultime settimane sta avanzando la convinzione che anche la Cina sia pronta a seguire Draghi con una sorta di QE in salsa cinese.
Ora la situazione monetaria sta cambiando. Il battistrada americano sta per svoltare i tassi al rialzo, mentre gli altri sono ancora in piena manovra di allentamento.
Questa divergenza nelle politiche monetarie, che si fa sempre più marcata, si ripercuote sui trend dei mercati.
Basta confrontare le performance delle principali borse nel primo trimestre 2015 per rendersene perfettamente conto.
La borsa azionaria americana ha chiuso il trimestre tra le peggiori al mondo con un mesto e risicato incremento (+0,4%). Impallidisce al confronto del +10,1% dell’indice giapponese Nikkei, del +15,9% del cinese SSE Composite, ma soprattutto del +17,8% del francese CAC40, del 21,8% del nostro Ftse-Mib e del +22% del tedesco DAX.
Mentre tutte le principali borse vengono gonfiate dalle aspettative di sostegno monetario a lunga scadenza, l’America si contorce nel dramma di non riuscire più a trovare le giuste motivazioni per proseguire il rialzo che dura ormai da oltre 6 anni. Il sostegno monetario per lei è finito da mesi. La FED sta discutendo non sul se, ma sul quando invertire in senso restrittivo la sua politica monetaria per iniziare una manovra di rientro dall’eccesso di accondiscendenza che, attraverso varie e successive bordate di Quantitative Easing ha quintuplicato in sei anni la quantità di moneta esistente in USA. Il rientro sarà graduale finché si vuole, ma sarà pur sempre una restrizione, che è l’opposto dell’allentamento. E’ bene precisarlo perché spesso lo strabismo dell’avidità tende a giudicare due fenomeni opposti in modo distorto.
Il cambio del dollaro con le altre valute, che, fino a metà dello scorso anno e finché la FED ha stampato dollari, si è indebolito ed ha fornito un aiutino aggiuntivo alla competitività ed ai bilanci della “corporate America”, da quando lo scenario è mutato, si sta rivalutando sempre più e diventa un pesante fardello da portare sulle non robustissime spalle delle società USA.
Gli utili delle società quotate americane per anni hanno messo a segno tassi di crescita spesso a due cifre, grazie alle pesanti ristrutturazioni post-crisi, che hanno espulso definitivamente dal mercato del lavoro circa il 4% della popolazione attiva, grazie alla debolezza del dollaro (finché c’è stata) ed al fermento innovativo che ha fatto decollare settori che prima della crisi erano scarsamente importanti (il biotech) o quasi inesistenti (lo shale-oil, che ha portato gli USA alla quasi autosufficienza energetica). Ma anche grazie ad assai meno trasparenti fenomeni di illusionismo, come le fusioni e soprattutto i frequentissimi piani di buy-back (acquisto di azioni proprie), finanziati con denaro della FED preso a prestito a tassi quasi a zero. Questi piani producono l’eliminazione di una parte delle azioni in circolazione, per cui l’utile per azione aumenta automaticamente poiché, a parità di utili, il denominatore del rapporto scende. La moda si è imposta perché sembra la formula magica che accontenta tutti: da un lato i manager, i cui bonus sono appunto parametrati all’utile per azione, dall’altra il mercato, che si può facilmente illudere che la profittabilità dell’azienda sia cresciuta. Il fenomeno buy-back è diventato così importante che Blackrock ha stimato che, grazie a leva finanziaria, Buy back e trucchi contabili i profitti delle aziende USA sono l’86% più alti di quanto sarebbero se fossero usati corretti principi contabili.
Con la probabile fine del denaro gratis e la certezza del dollaro forte e della diminuzione strutturale del prezzo del petrolio, che ha ridimensionato i sogni di gloria di molte società estrattive di petrolio dalle rocce, costrette a fermare le macchine ed alcune già a fallire, sembra che gran parte del bel gioco stia arrivando al termine. Gli analisti stanno continuamente rivedendo al ribasso le stime di utile per la imminente stagione delle trimestrali, che inizierà subito dopo le festività pasquali. Si prevede, per ora, ma ogni giorno c’è chi rivede le stime al ribasso, una discesa degli utili mediamente intorno al -6% rispetto al trimestre precedente. Se la realtà confermasse la previsione, renderebbe molto dura la vita agli indici di Wall Street, poiché aumenterebbe in modo consistente la sopravvalutazione delle società americane dell’indice SP500, che già presentano un rapporto P/E medio di circa 18, più o meno quel che si vedeva alla vigilia del crollo del 2008.
Non deve perciò stupire che qualcuno cominci a considerare di spostare parte dei propri capitali dall’azionario all’obbligazionario.
Sono tutti problemi che le borse europee non hanno, poiché l’allentamento monetario in Europa è appena cominciato, così come il processo di spostamento dei capitali dall’obbligazionario, che non rende più nulla, all’azionario, che potrebbe sfruttare le fantasiose aspettative di miracolosi incrementi della crescita economica europea, alimentati dalle previsioni generose dello stesso Draghi.
Non parliamo poi della Cina. Sebbene dall’economia reale da parecchi mesi vengano continui segnali di debolezza e il tasso di crescita, che qualche anno fa era a doppia cifra, sia rivisto al 7% per il 2015 (certo, è una crescita che l’Italia ci mette oltre 10 anni a fare, ma per i cinesi è un rallentamento), la borsa ha messo il turbo nove mesi fa, nell’attesa, in piccola parte già realizzatasi, che la banca centrale cinese non subirà le svalutazioni competitive delle altre valute e si adeguerà anch’essa all’andazzo di stampare moneta e abbassare i tassi. Pensiamo che da fine giugno 2014 al 31 marzo scorso l’indice azionario cinese Shanghai Composite è salito dell’86%. Il balzo delle ultime settimane è stato del 25% circa, poiché alle aspettative monetarie si è aggiunta una sorta di bolla da trading online, grazie all’apertura di massa di conti online da parte dei piccoli risparmiatori, dopo che pochi mesi fa è stata liberalizzata questa modalità operativa. Anche i cinesi hanno scoperto il trading online, come gli italiani nel 2000, e si stanno buttando a capofitto nella speculazione casalinga col PC.
Come possiamo osservare, ci troviamo con il gregge piuttosto disorientato.
Il montone americano sta svoltando, volente o nolente verso la via del ribasso. Le altre pecorelle però non hanno molta voglia di seguirlo, specialmente quelle che si erano accodate in ritardo alla marcia rialzista (le europee periferiche e la cinese).
La domanda da un milione di dollari allora è questa: riusciranno le borse in piena estasi a continuare la salita, se dagli USA i segnali di affaticamento diventassero una vera e propria correzione, o magari addirittura una inversione ribassista di lungo periodo?
Io credo di no. Ma saranno i prossimi mesi a darci la risposta.

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