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Referendum: se devo prendere o lasciare, allora lascio
03/12/2016

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Ho riflettuto molto se esprimere pubblicamente il mio orientamento sul referendum ormai imminente. So che in questo clima da guerra civile tra fazioni, per chi ha un’attività commerciale o che, comunque, per andare avanti ha bisogno del favore dei clienti, lo schierarsi non è mai opportuno. Meglio dar ragione a tutti, o in questo periodo di anti-politica imperante, meglio dar torto a tutte le parti politiche.

Però credo che sia giusto far conoscere la mia opinione anche su questo tema, dato che ogni giorno mi esprimo su quel che succede sui mercati finanziari e sull’economia mondiale. Magari a qualcuno interessa sapere come la penso sulla riforma costituzionale italiana. Allora dico la mia, senza fare campagna elettorale per nessuno, dato che il 4 dicembre si vota sull’opportunità di una precisa legge di revisione costituzionale, non sul governo o sull’euro.

Purtroppo la campagna elettorale è stata stravolta da entrambe le parti e trasformata in un giudizio su Renzi, per colpa, è giusto dirlo, innanzitutto del Presidente del Consiglio, che ha presentato continuamente l’alternativa elettorale come la scelta tra lui e la casta, tra cambiamento e mantenimento del vecchio immobilismo, tra la risurrezione dell’Italia e l’affondamento del nostro paese da parte dei mercati internazionali.

Sono convinto, e lo spiego in un altro intervento che si può leggere al seguente link http://www.borsaprof.it/commenti_analisi.asp?id=1944 , che il destino del nostro paese non dipenderà dall’esito del Referendum, ma dall’evoluzione dei tassi di interesse e della politica della BCE nei prossimi mesi.

Credo invece che bisognerebbe sforzarsi di giudicare solamente la legge di riforma della Costituzione.

La scelta del Governo di votare un unico provvedimento che tocca la Costituzione in molte parti e su materie tra loro assai differenti, rende difficile la vita dell’elettore, perché il quesito è uno solo: prendere tutto o buttare tutto. Se si fosse scelto di fare almeno 3 o 4 diverse leggi di riforma costituzionale su argomenti più omogenei sarebbe stato infinitamente meglio.

Perché si è scelto di fare il minestrone? E’ forte Il sospetto che sia per far passare scelte che probabilmente il popolo non avrebbe accettato. Anche su questo il Governo, a mio parere,  ha sbagliato, costringendo il cittadino ad un complicato percorso per riuscire ad esprimere il suo giudizio che, nella maggior parte dei casi, comporterà di digerire questioni che non gli piacciono oppure di cestinare riforme che avrebbe approvato se non fossero affogate in un minestrone indigesto.

Provo a riassumere il processo di valutazione che ho attuato, tra enormi difficoltà e perdite di tempo per capirci qualcosa. Ho sostenuto quasi 40 anni fa un esame di Diritto pubblico, ma non sono certo un costituzionalista. La prima impressione che ho ricavato dallo studio di quello che siamo chiamati a giudicare è quella che la nostra Costituzione, che oggi non è semplice, ma comunque abbastanza comprensibile anche a chi non è docente universitario di Diritto Costituzionale, esce da questa riforma decisamente appesantita e complicata. Non è un buon inizio.

Ho provato poi a classificare in ordine di importanza gli argomenti principali su cui la revisione incide, che, a mio parere, non sono quelli che troveremo sulla scheda elettorale su cui dovremo apporre il nostro SI oppure NO. Sono i seguenti:

1) La riforma del bicameralismo perfetto;

2) La definizione del nuovo Senato;

3) La modifica del percorso legislativo;

4) La riforma del “Federalismo”;

5) La velocizzazione dell’iter legislativo delle leggi proposte dal Governo;

6) La riforma della partecipazione dei cittadini al processo legislativo mediante referendum e proposte di legge di iniziativa popolare;

7) La riduzione dei costi della politica;

8) La nuova modalità di elezione del Presidente della Repubblica

9) L’abolizione del CNEL e delle province.

Ci sono ancora parecchie altre cosucce, ma decisamente meno importanti.

Partiamo dal basso nella valutazione.

Sull’ultimo punto dell’elenco credo che quasi il 100% dei cittadini italiani, me compreso, sia favorevole e non vale la pena soffermarsi oltre.

La nuova modalità di elezione del Capo dello Stato (punto 8) prevede dalla settima votazione la maggioranza dei tre quinti dei “votanti” al posto dell’attuale maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea dei grandi elettori. Si tratta certamente un ridimensionamento della applicazione del principio che il Capo dello Stato, essendo l’arbitro del sistema e rappresentando l’unità nazionale, deve esser espressione di un’ampia maggioranza. Alla maggioranza politica, che con la nuova legge elettorale Italicum avrebbe 340 deputati e probabilmente (la legge per la nomina dei senatori non c’è ancora) una cinquantina almeno di senatori, basterebbe ottenere l’assenza o il voto di un’ottantina circa di parlamentari dell’opposizione per eleggersi il Capo dello Stato da sola. Questo vulnus mi fa propendere per un rifiuto della riforma. Preferisco l’attuale regola.

Sul punto 7 mi astengo, poiché la Ragioneria dello Stato ha stimato in circa 50 milioni di euro il risparmio annuo generato direttamente da questa riforma. Equivale a meno di un caffè all’anno per ciascun cittadino. In compenso spendiamo 300 milioni per fare il Referendum. La tentazione di dire un NO per ripicca è forte, ma resisto.

Sul punto 6 constato un certo allargamento delle possibilità di partecipazione dei cittadini. Più che l’abbassamento del quorum per i referendum abrogativi presentati con almeno 800.000 firme (perché non abbassarlo anche se le firme sono solo 500.000?), apprezzo la garanzia, che ora non c’è, di esame e voto da parte del Parlamento delle proposte di legge di iniziativa popolare accompagnate da 150.000 firme. Su queste materie si poteva fare di più. Però il poco è meglio del nulla e voterei SI.

Veniamo al punto 5. Si introduce la “corsia preferenziale” per le proposte di legge del governo. E’ uno schiaffo al Parlamento, che riduce la possibilità di discussione, contingentando i tempi. Risponde al principio di velocità tanto caro allo Speedy Gonzales fiorentino. Però io ritengo che la velocità sia una buona cosa solo in caso di emergenza. Ma per queste situazioni c’è già il decreto legge, che entra addirittura subito in vigore, appena approvato dal Governo. Negli altri casi la velocità è nemica della democrazia e, dato che spesso si riescono a fare pessime leggi in tempi lunghi, abbreviarli riduce ulteriormente la qualità delle future leggi. Il voto sarebbe NO.

Il punto 4 è la riforma della riforma dell.art 117 sui poteri delle Regioni, fatta male nel 2001 dal Centro Sinistra, che ha dato alle Regioni il potere legislativo su tutte le materie non espressamente riservate allo Stato. Questa riforma ha prodotto un sacco di conflitti di attribuzione, paralizzando la Corte Costituzionale che deve fare da arbitro. C’era necessità di rimettere ordine e la Riforma del Governo lo fa, senza farsi pregare e con mano pesante. Praticamente si torna a fissare solo alcune materie su cui le Regioni possono legiferare e si mette anche una norma capestro (chiamata principio di supremazia) che permette al Governo di proporre e far approvare dalla Camera leggi anche sugli argomenti di competenza regionale, quando lo richiede l’interesse nazionale. Praticamente il federalismo viene decisamente sbiadito, forse troppo. Si aggiunge anche il contentino populista del divieto di finanziare con soldi pubblici le spese dei gruppi consiliari regionali, dopo lo scandalo dei rimborsi facili che ha coinvolto centinaia di consiglieri di quasi tutte le regioni.

Nonostante queste forzature il mio giudizio resta favorevole, perché si doveva agire ed in questo caso ritengo che il troppo sia comunque meglio di nulla.

Veniamo ai punti più importanti, quelli che occupano il podio della classifica.

I primi 3 punti sono il cuore della riforma, tra loro inscindibili e vanno valutati insieme.

E’ con l’eliminazione del bicameralismo perfetto e la riforma dell’iter legislativo che si vuole rendere l’ordinamento Costituzionale più efficiente, semplice e veloce.

Il bicameralismo perfetto è il sistema attualmente vigente, che prevede la doppia identica approvazione delle leggi da parte di Camera e Senato. Tutti ne lamentano la inadeguatezza perché oggi non c’è mai tempo da perdere, a parte quello che tutti perdono sui social network, e per lo strano motivo che solo pochi dei sistemi costituzionali avanzati lo prevedono. Il modo più certo per eliminarlo sarebbe eliminare una delle due Camere, ad esempio il Senato, ed abrogare tutte le norme che lo regolano, introducendo magari qualche regoletta di bilanciamento per evitare lo strapotere del governo. Questa sarebbe una semplificazione.

Ma la riforma Boschi non abolisce il Senato. Lo trasforma in un ibrido composto da un numero variabile di senatori pari o poco superiore ai 100 componenti: 95 in rappresentanza di Regioni e Comuni, 5 nominati dal Presidente della Repubblica e tutti gli ex capi dello stato in vita. La nomina spetta ai consigli regionali che li eleggono con metodo proporzionale tra i loro componenti e tra i sindaci (uno per regione) dei comuni della regione. La legge, ambiguamente, dice che nell’elezione dei senatori i consigli regionali debbono tenere conto della volontà popolare espressa in occasione delle elezioni amministrative. Non sappiamo ancora come questi principi verranno concretizzati dalla legge elettorale, che ancora non c’è.

I senatori decadono al termine del loro mandato da consiglieri regionali o da sindaco. Si tratta quindi di un secondo mandato che si aggiunge a quello principale da consigliere regionale e da sindaco, una specie di dopolavoro. Non percepiscono stipendio. Nessuno lo dice, ma è presumibile, oltre che equo, che le trasferte a Roma per le sedute del Senato ed i rimborsi spese, siano retribuiti, altrimenti non vedo chi accetterebbe di lavorare di più pagandosi pure le spese. Il risparmio, sbandierato in modo populista dal governo come elemento qualificante della riforma, potrebbe essere inconsistente.

Personalmente ritengo che chi lavora debba essere pagato e che sottrarre tempo al lavoro principale per farne un altro non retribuito non sia affatto una dimostrazione di efficienza. Se si può fare bene il consigliere regionale o il sindaco lavorando solo 2 o 3 soli giorni la settimana, significa che queste figure istituzionali sono in gran parte inutili. Se invece sono utili tutta la settimana, è stupido mandarle a Roma a fare altro gratis.

Al nuovo Senato non viene sottratto il potere legislativo, ma solo limitato. Su parecchie materie il bicameralismo perfetto rimane. Inoltre viene concesso ai senatori, su richiesta di un terzo dei componenti, di poter esaminare un testo approvato dalla Camera e di proporre modifiche alla Camera, che decide in via definitiva. In questi casi c’è una subordinazione evidente del Senato alla Camera, ma il potere legislativo rimane. Su altre materie resta anche l’iniziativa legislativa, che obbliga la Camera ad accettare o respingere a maggioranza assoluta le proposte del Senato. La legge prevede addirittura che possano esistere conflitti di competenza tra Camera e Senato, ammettendo implicitamente di essere fatta con i piedi, e per risolverli demanda la decisione ai due presidenti delle Assemblee. E se anche loro sono in disaccordo? Non è previsto.

L’insieme di questi pasticci dovrebbe semplificare e velocizzare la produzione delle leggi, realizzando il miracolo che la complicazione delle regole produca la semplificazione dei risultati.

A me pare che ciò che si dovrebbe semplificare sia la vita burocratica del cittadino, non quella del politico per aumentare la burocrazia. Detto in altri termini, la cosa da fare non è la facilitazione del processo legislativo, ma quella del processo abrogativo. Abbiamo troppe leggi, spesso in contraddizione tra loro, che ci complicano inutilmente la vita. Dovrebbe essere inserito in Costituzione il principio che per 10 anni l’approvazione di ogni nuova legge dovrebbe essere preceduta dall’abrogazione di almeno 3 vecchie. Questo sarebbe semplificazione. Non è un caso, a mio parere, che, sia il Belgio, 3 anni fa, che la Spagna, quest’anno, abbiano conosciuto un boom economico nel periodo, molto lungo, in cui sono rimaste senza governo e si è bloccata la produzione normativa.

Se andiamo a vedere gli articoli che regolano la nuova produzione di leggi c’è da mettersi le mani nei capelli. Sono rimasto allibito dal livello di confusione e di complicazione che si è voluto introdurre (per semplificare!!!).  L’art. 70 della Costituzione ora è composto da un solo comma di 9 parole. Dopo sarà formato da 7 lunghi commi e 439 parole, scritte come normalmente si scrive la legge di stabilità, che richiede stuoli di commercialisti per capire che cosa si vuole dire. Spesso si sente dire che le leggi dovrebbero essere scritte in linguaggio semplice, come è scritta la Costituzione. Ora si uniformano i linguaggi andando a riscrivere la Costituzione con il linguaggio criptico dei decreti legge. E’ un passo indietro colossale. Ed il risultato finale è che, se ora abbiamo 2 diversi iter legislativi chiari, dopo la riforma ne avremo 10 e lacunosi.

Mi fermo qui. Ci sarebbe altro da dire, ma basta questo per bocciare il cuore della riforma costituzionale, che sottrae sovranità al popolo, amplia i poteri della maggioranza parlamentare, trasforma il bicameralismo perfetto in bicameralismo pasticciato.

Comprendere come il bicameralismo pasticciato sia più efficiente di quello perfetto è uno sforzo che oggettivamente non mi riesce. Probabilmente non sono abbastanza moderno.

Facciamo ora il conteggio delle novità che approverei e di quelle che boccerei. Sui nove punti elencati i SI che darei sono 3 (i punti 4, 6 e 9). Mi asterrei sul punto 7 e boccerei col NO il punto 5, l’8 ed il cuore della riforma, cioè i punti 1-2-3. Su questi ritengo che l’attuale Costituzione sia migliore.

Dovendo essere costretto ad un unico voto debbo scegliere il NO, per il peso maggiore delle porcherie rispetto alle cose apprezzabili.

Sono cosciente che in questo modo rifiuto il cambiamento. Ma il cambiamento che mi piace è quello verso un maggior democrazia e partecipazione. Se il cambiamento ci fa arretrare verso l’autoritarismo la mia risposta è senza dubbi un chiaro “preferisco di NO”. Mi tengo il vecchio.

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