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L'Ultimo Samurai
13/03/2017

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Fino alla fine degli anni ‘80 fa capitava talvolta che si incontrasse ancora in qualche angolo sperduto della giungla asiatica un combattente giapponese in divisa militare, testardamente convinto che la guerra mondiale fosse ancora in corso e disposto a combattere fino alla morte, piuttosto che accettare il disonore della resa, secondo il codice d’onore della casta dei samurai.

Quando ho visto il comunicato della BCE di giovedì 9 marzo ed ho esaminato il contenuto della conferenza stampa di Draghi, mi è venuta in mente proprio questa metafora per definire il ruolo che Draghi sembra ora giocare. Nonostante giungano da tutte le parti segnali che dopo l’arrivo di Trump il mondo sta velocemente scivolando verso un nuovo periodo di inflazione, lui, ostinatamente, continua ad imbracciare il suo Bazooka (così venne chiamato il Quantitative Easing dai suoi adulatori) e si dichiara ancora pronto a sparare contro la deflazione. Sarei molto contento che qualcuno gli spiegasse che quella guerra è finita e che in USA la FED lo ha capito in modo molto chiaro e da tempo, come ha capito di doversi in fretta preparare a combatterne una opposta, contro l’inflazione. Al posto del bazooka occorrerà usare l’idrovora per prosciugare il mondo dall’allagamento monetario che in questi anni i colpi di bazooka hanno provocato.

Fuori di metafora, gli ultimi interventi dei membri FED, tra cui l’autorevole Yellen, hanno confermato che l’accelerazione del ciclo economico in USA, che i mercati scontano dall’avvento di Trump, impone un’accelerazione anche nel processo di normalizzazione della politica monetaria, finora troppo accomodante. E questo significa aumentare i tassi ad un ritmo superiore a quello assai lento perseguito fino a quando al potere c’era Obama e si attendeva l’arrivo di Hillary, anche lei assai cauta nei confronti della spesa pubblica. L’arrivo imprevisto del ciclone Trump promette l’abbattimento delle tasse (specialmente sui ricchi e sulle imprese) e 1.000 miliardi di investimenti pubblici per ammodernare il paese, oltre a decine di miliardi di nuove spese per armamenti. Contemporaneamente imporrà misure protezionistiche contro il resto del mondo.

La miscela di questi provvedimenti è l’ideale per creare un pochino di crescita aggiuntiva, ma soprattutto per soffiare sui prezzi e, attraverso l’esplosione del deficit, stimolare il rialzo dei rendimenti delle copiose emissioni di Treasury Bond necessarie a finanziare le spese pazze e la riduzione di entrate fiscali.

Ed è sufficiente a far tornare la FED al ruolo di poliziotto cattivo, quello che alza i tassi per combattere le spinte inflazionistiche, abbandonato da quasi 10 anni per indossare la divisa del poliziotto buono, che regala soldi alle banche affinché speculino al rialzo nelle borse o spingano  l’acceleratore sui mutui immobiliari, che hanno riportato in alto (troppo?) i prezzi delle case.

Draghi invece sembra vivere su un altro pianeta. Lui continua a non vedere rischi di ripartenza dell’inflazione. Eppure quella media dell’Eurozona nell’ultimo anno è decollata in modo esponenziale, passando dal -0,2% di aprile 2016 al +0,2% di luglio, al +0,5% di ottobre, al +1,1% di dicembre e, ultimamente, al +2% in febbraio. Colpa dei prezzi del petrolio e degli alimentari, secondo lui, che per definizione sono volatili e così come salgono in fretta, in fretta possono anche scendere. Per cui lui sostiene che nel giro di pochi mesi questi prezzi si sgonfieranno e l’inflazione tornerà moderata. Infatti, e questo è il dato che mi ha sconvolto di più, le previsioni di inflazione della BCE sono ferme al 1,7% a fine anno, e tali restano anche per il 2018 e 2019. Se consideriamo che, ufficialmente, la BCE ha l’obiettivo di portare l’inflazione “stabilmente vicina al 2%” prima di smettere lo stimolo monetario, significa che per conto suo si potrebbe continuare a sparare col bazooka 60 miliardi al mese di acquisti di bond non solo fino a fine 2017, come è deliberato per ora, ma anche il prossimo anno e quello venturo.

E, per chi non avesse ben compreso, il comunicato di giovedì scorso afferma ancora chiaramente che  ”i tassi rimarranno all’attuale livello o più bassi (!) per un prolungato periodo di tempo”. Perciò Draghi, al momento, non esclude nemmeno di abbassare ulteriormente i tassi.

E’ possibile che le economie delle due sponde dell’Atlantico possano divergere cosi tanto nei prossimi due anni? Che mentre in USA si sviluppa l’inflazione galoppante l’Europa continui a rimanere in bilico tra la stabilità e la deflazione?

E’ possibile che le due principali banche centrali del pianeta vedano il futuro in modo così diametralmente opposto? Eppure sembrerebbe così, e forse la motivazione di questa profondissima divergenza di prospettiva dipende dal fatto che il loro ruolo sta diventando sempre più politico. La FED per ora annovera la maggioranza dei membri votanti nominati nell’era di Obama, perciò di impostazione filo-democratica, mentre i Trumpiani purosangue sono ancora praticamente assenti. E’ naturale che l’azzardo morale del neo presidente metta paura a questa FED e la spinga a preparare le contromisure monetarie per evitare l’esplosione dei prezzi.

La BCE invece rivestite da anni il ruolo di supplenza nei confronti di governi che sono bloccati dall’austerità imposta dai tedeschi e dalla rigorosa applicazione del “Fiscal Compact”, cioè gli accordi che danno alla commissione UE il controllo preventivo delle politiche fiscali dei paesi membri dell’Eurozona per sorvegliarne gli equilibri di bilancio. Gli stimoli all’economia europea, che molti governi  non hanno potuto (perché impossibilitati dalla commissione ad aumentare il deficit) o voluto inviare (quello tedesco, che ha addirittura azzerato il deficit), sono stati forniti dalle armi monetarie usate dalla BCE. Draghi è forse cosciente (anche se non sembra, dati i meriti che copiosamente si attribuisce) che i risultati per l’economia reale non sono stati granché, e comunque sono stati assai inferiori a quelli raggiunti in USA, ma se manca l’impegno dei governi, che in questi anni secondo lui non hanno fatto abbastanza riforme strutturali per riqualificare la spesa pubblica e renderla più efficiente dal punto di vista della crescita economica, lui si sente obbligato a continuare nella supplenza. A tutti i costi.

Ma c’è un secondo aspetto, forse ancora più importante del primo, che connota il comportamento di Draghi. E’ la sua italianità,  che in Germania gli imputano a colpa, mentre da noi non se ne fa parola. Credo che l’italianità di Draghi abbia molto a che fare con la sua ossessiva accondiscendenza monetaria. Il bazooka QE è servito a tenere in piedi il suo paese d’origine e a regalargli qualche anno di sostenibilità del debito, schiacciando i rendimenti e lo spread verso il basso. E’ quella che io chiamo “la cintura di castità”, che Draghi ha fatto indossare al nostro paese, permettendole un risparmio di interessi, dal 2012 ad oggi pari a circa 45 miliardi, che purtroppo i governi Letta e soprattutto Renzi si sono bruciati con discutibili regalie poco efficaci e per fini elettorali.

Finché il Bazooka continua a sparare la bordata mensile di 60 miliardi di bond acquistati, tenendo mansueti gli interessi da pagare, il bilancio pubblico italiano può stare in piedi e il suo debito, che ammonta ormai a circa 2.400 miliardi di euro, può sembrare sostenibile. Ma Draghi sa, come sanno i pochi economisti ancora liberi di pensare, esistenti nel nostro paese, che quando il Bazooka tacerà i nostri titoli pubblici torneranno ad essere il terreno di pascolo della grande speculazione internazionale. I fondi hedge si stanno già preparando a banchettare col nostro spread, come e forse più di quanto fecero nel 2011.

Per questo motivo Draghi cerca di tenere le armi spianate contro un nemico che non c’è più. La sua intenzione è sostenere l’Italia fino all’ultimo, sperando che nel frattempo accada il miracolo che un governo faccia quelle riforme che altrimenti la troika si incaricherà di fare, quando la situazione precipiterà.

I mercati cominciano a scoprire l’assurdità della posizione della BCE e a diffidare delle sue previsioni. Giovedì, dopo il ridicolo comunicato BCE e l’assurda conferenza stampa, i rendimenti hanno cominciato a salire e con essi anche l’euro rispetto al dollaro, continuando anche venerdì. E’ esattamente il contrario di quel che avrebbero dovuto fare se avessero creduto alla posizione ufficiale BCE. Intanto i tedeschi intensificano gli attacchi contro la politica accomodante, che ritengono anacronistica. Ma lui insiste. Non vuole essere lui a dare il colpo di grazia al suo paese. Anche a costo di passare per fesso. Onore all’ultimo samurai.

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