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Cento giorni ad abbaiare alla luna
02/05/2017

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Con la fine del mese di Aprile sono terminati i primi 100 giorni presidenziali dello show-man prestato alla politica Donald Trump. Solitamente si dà molta importanza a questo periodo, in cui tutti i nuovi presidenti cercano di apporre il proprio imprinting sui destini del paese che sono stati chiamati a dirigere, realizzando le principali promesse elettorali, o almeno quelle che durante la campagna elettorale hanno caratterizzato maggiormente il loro programma.

In una dichiarazione pubblica fatta venerdì scorso, alla convention della lobby delle armi (luogo simbolicamente curioso per mettersi in mostra, specie se viene preferito alla tradizionale cena con la stampa nazionale, a cui nessun Presidente USA prima di lui si è mai sottratto), lui stesso ha definito i suoi primi 100 giorni come i più fantastici mai realizzati da un Presidente USA: il record di 29 leggi approvate, 600.000 nuovi posti di lavoro e Wall Street ai massimi storici. E poi avanti con le promesse: distruggeremo l’ISIS, costruiremo il muro (che intanto è stato rinviato all’autunno per mancanza di fondi), abbatteremo l’Obamacare, usciremo dagli accordi internazionali sul Clima.

Ma, se sgombriamo il campo dalla propaganda, non mi pare che questi 100 giorni siano stati un granché, dal punto di vista dei risultati concreti. In politica estera si è ormai imposto un “situazionismo” che sta creando caos ma scarsi risultati. A partire dal medio-oriente, dove il bombardamento con 59 missili sparati su una base evacuata, che doveva cambiare lo scenario siriano, è rimasto l’unica mossa di Trump. Qualcuno sente ancora parlare di orrore per l’uso dei gas sui poveri bambini inermi? Assad da nemico giurato che deve essere rimosso al più presto, è tornato nel dimenticatoio e continua la sua guerra civile spalleggiato dai russi. La stessa Corea del Nord, che se avesse provato a continuare le provocazioni sarebbe stata punita, ha tranquillamente proseguito i suoi test senza nemmeno curarsi della minaccia, trasformandola in un successo mediatico del dittatore.

Il rapporto con i cinesi, accusati in campagna elettorale di ogni sorta di nefandezza commerciale ed opportunismo ai danni degli americani, si è trasformato in una ridicola dipendenza per risolvere il problema coreano, con il leader cinese Xi che è stato addirittura definito “quella brava persona”.

All’interno dei confini, dopo il clamoroso flop del Muslim Ban, ha fatto il bis con l’incapacità di trovare un accordo col Congresso per ridimensionare l’Obamacare, e non è nemmeno riuscito a farsi approvare il bilancio nei termini di legge, che sono scaduti il 30 aprile. Il Congresso, in mancanza di accordo, è stato costretto a prorogare i termini di una settimana, all’insegna dell’italianità più smaccata, per evitare il blocco dei pagamenti, che sarebbe scattato a maggio ed avrebbe provocato il default tecnico degli Stati Uniti.

Nulla è stato varato in campo economico, solo reiterazione di promesse elettorali difficili da mantenere fino a quando non riuscirà a controllare la fronda interna del partito repubblicano. In questi giorni avrà forse invidiato il nostro Renzi, che è riuscito a scaricare i suoi bersaniani e conquistare il controllo assoluto del PD (ormai PDR, Partito di Renzi).

E’ vero che, fortunatamente, nemmeno le minacciose misure protezionistiche per ora sono state prese. Ma il tanto sbandierato bazooka fiscale sembra avere ancor meno possibilità di vedere la luce, dato che in questi giorni si stanno pubblicando le prime stime di quanto verrebbe a costare in termini di deficit aggiuntivo.

Si va da un minimo di 4.000 ad un massimo di 6.000 miliardi di dollari di nuovo deficit nei prossimi 10 anni, cioè tra il 22% ed il 33% del PIL americano. Solo un illuso potrebbe pensare di far approvare dal Congresso un simile piano, mente il Tea Party, la grossa corrente repubblicana che vuole il ridimensionamento dello stato nell’economia, predica da sempre la dottrina del pareggio di bilancio. Infatti ci credono solo i suoi più affezionati ammiratori, pronti a bersi qualunque bufala.

Sempre riguardo all’economia reale, venerdì scorso è stata pubblicata la prima stima del PIL USA del primo trimestre 2017. E’ il primo periodo di reggenza Trump, in cui si sono già potuti manifestare gli effetti della Trumpnomics. Ebbene, la crescita USA si è come bloccata, ad un ritmo (+0,7% annualizzato) addirittura inferiore a quello italiano, ed il più basso degli ultimi 3 anni.

Emerge un clamoroso scostamento tra gli indici di fiducia, di consumatori ed imprenditori, che sono ancora piuttosto ottimisti, anche se i dati di marzo segnano già il passo rispetto a quelli euforici di gennaio e febbraio, e i dati che emergono dall’economia reale, dove questo ottimismo non si trasforma in spesa e la crescita langue. I consumi privati, che sono il motore dello sviluppo americano, dato che contano per il 70% del PIL, hanno avuto l’incremento più modesto (+1,7%) da oltre un anno. Ancor peggio hanno fatto gli investimenti in macchinari e impianti, addirittura crollati del -5,9%, peggior calo dal 2009. Paradossalmente sembra che anche chi deve spendere ed investire segua la medesima politica di Trump, basata su annunci e promesse, ma pochi fatti concreti.

I mercati si trovano perciò appesi a questo apparente dilemma. La fiducia in Trump è ancora molta, ma l’impressione è che la pazienza nell’attendere che le promesse divengano fatti si stia esaurendo.

Maggio è un mese che tradizionalmente apre la finestra stagionale negativa sui mercati azionari (ricordo il celebre detto “Sell in May and go away”). Non sarà facile quest’anno, dopo il rally delle aspettative, riuscire a rimanere a galla solo con la vana ripetizione delle promesse.

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