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...E se il petrolio finisse come il Nasdaq? (di Pierluigi Gerbino)
01/07/2008

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Non avevo mai sentito parlare di petrolio in questi ultimi anni come nelle ultime settimane. Nemmeno a fine febbraio, quando superò la mitica soglia dei 100 dollari al barile, delineata come un obiettivo oltre il quale si sarebbero avute conseguenze drammatiche.
In effetti le conseguenze drammatiche cominciano ad essere piuttosto evidenti, ora che nel giro di pochi mesi si è arrivati a superare 140 dollari e “quota 100” più che un obiettivo rialzista sembra essere diventata l’illusione di chi spera che scenda.
Due numeri, ma ancor più il grafico (che si può vedere al seguente link: http://www.borsaprof.it/analisi_grafiche.asp?id=28 ) aiutano a rendersi conto di quanto esplosivo sia il rialzo di questa materia prima di base.
A chi se lo fosse dimenticato ricordo che ad inizio 2002, cioè solo 6 anni e mezzo orsono, la quotazione dell’oro nero era inferiore a 18 dollari il barile. Per cui in 6 anni il rialzo è stato del 780% circa. Nei primi due anni di questo movimento l’incremento medio annuo è stato di 7,5 dollari l’anno. Nel biennio 2004-2005 siamo passati a 15 dollari di aumento l’anno. Nel 2006 abbiamo avuto l’unica significativa correzione con un calo medio di 15 dollari. Ma nel 2007 la crescita è esplosa con un incremento medio di 45 dollari e in questi primi 6 mesi del 2008 stiamo toccando un ritmo addirittura di 55 dollari di incremento medio semestrale. Un andamento iperbolico, ben rappresentato dall’inclinazione crescente delle 3 trendlines che nel grafico identificano il movimento ascendente di lungo, di medio e di breve periodo.
Le autorità politiche stanno assumendo toni sempre più allarmati, dopo averne discusso addirittura nel G8, e questo significa che la salita del petrolio ha raggiunto un certo livello di drammaticità.
Le domande che tutti si fanno sono, nell’ordine: Di chi è la colpa? (fa sempre piacere poter trovare un capro espiatorio, specie se serve a lavare la coscienza di ciascuno di noi); Che conseguenze può avere sulle nostre economie?; Quando si fermerà?.
Proviamo a rispondere, secondo il mio punto di vista.
DI CHI È LA COLPA?
Ci sono due scuole di pensiero: quelli che danno la colpa a motivi strutturali e non modificabili si contrappongono a quelli che dicono che è tutta colpa della speculazione.
Credo che abbiano ragione entrambi.
Un movimento di prezzo come quello che ho descritto, che dura da 6 anni, non può essere motivato solo da speculazione. La speculazione cavalca i trend, e pertanto li esalta e li amplifica. Ma non li crea e soprattutto non li spinge per anni.
Il motivo strutturale dell’aumento dei prezzi sta nel blocco dell’offerta e nel decollo della domanda. L’offerta non sta salendo in modo significativo in questi ultimi anni. E’ parecchio tempo che non si scoprono più grossi giacimenti e anche gli investimenti per la ricerca non si fanno più da anni. Si cominciano a sfruttare fonti di produzione più costose (le sabbie del Congo e dell’Alaska), ma non c’è dubbio che il picco di Hubbert sia pressochè raggiunto. Si chiama così il punto in cui la produzione di petrolio raggiunge il suo massimo. Oltre quel picco le nuove scoperte non riescono a compensare l’esaurimento delle riserve più vecchie. Per alcuni esperti il picco è già stato raggiunto nel 2005, per altri sarà raggiunto entro il 2015, mentre altri fanno notare che l’aumento dei prezzi stimola nuove ricerche (Bush ha chiesto di trivellare zone che finora erano vietate) che potrebbero spostare più in là la data del picco. Sta di fatto comunque che la disponibilità di petrolio non aumenta, anche perché molti produttori stanno riducendo la quantità esportata perché utilizzano quote sempre maggiori della loro produzione per soddisfare la crescente domanda interna. Oggi sono immessi sul mercato sul mercato 84 milioni di barili al giorno.
Quel che invece aumenta spasmodicamente è la domanda, trascinata dalla fame di energia dei paesi emergenti, con la Cina in testa, e dall’incapacità di diversificare rapidamente i consumi da parte dei paesi ricchi. Europa ed USA consumano circa il 50% del petrolio esistente, ma l’incremento di domanda proviene ora per il 60% dai paesi emergenti e solo per il 20% da Europa ed USA. La situazione è destinata a peggiorare, poiché il consumo della Cina, che ora ammonta a poco più di 7 milioni di barili al giorno, sta aumentando a tassi di oltre il 7% l’anno. A questo ritmo nel 2020 la Cina consumerebbe 20 milioni di barili, come gli USA.
E’ quindi evidente che il petrolio è destinato a salire. D’altra parte gli stessi produttori hanno tutto l’interesse a lucrare sull’aumento del prezzo, più che sull’aumento di produzione, almeno fino a quando non intravvederanno significativi cambiamenti nelle fonti di approvvigionamento da parte dei consumatori.
Queste motivazioni spiegano abbondantemente il trend di lungo periodo, stabilmente rialzista, solido, ed in grado di durare nel tempo. Ma non spiegano i prezzi quasi triplicati in un anno e mezzo e tanto meno l’incremento del 13% del prezzo in due sole giornate, il 5 e 6 giugno.
Ed allora bisogna invocare altri fattori, tra cui la situazione geopolitica e soprattutto la speculazione.
La situazione geopolitica sta producendo il timore che il braccio di ferro tra USA ed Iran sulla capacità di produrre armi atomiche possa degenerare a breve termine. Si sta affermando l’ipotesi, addirittura confermata da personaggi del governo israeliano, che Israele voglia bombardare i siti iraniani prima che scada il mandato di Bush. L’ipotesi che circola in ambienti israeliani è che se Obama dovesse vincere le elezioni, un attacco preventivo all’Iran troverebbe molta ostilità. Per cui se bisogna farlo deve essere fatto in fretta. Oltretutto se si riesce a mettere gli USA di fronte al “fatto compiuto” (per modo di dire) durante gli ultimi mesi della presidenza Bush, Israele riuscirà a riportare la “guerra agli stati canaglia” al centro della campagna elettorale presidenziale, favorendo così di fatto nella corsa alla Casa Bianca John McCain, ritenuto più amico di Israele e più affidabile a gestire guerre. Il classico “due piccioni con una fava”.
Non sono esperto di politica al punto da poter giudicare la credibilità di questa ipotesi. Però a me pare abastanza realistica e soprattutto, se dovesse realizzarsi, in grado di destabilizzare ulteriormente l’equilibrio del mercato e proiettare ancor più verso le stelle il prezzo del barile.
Il principale responsabile dei recenti strappi di prezzo è comunque la speculazione. Per avere l’esatta percezione di quanta carta si sia prodotta intorno a quegli 84 milioni di barili che vengono realmente scambiati ogni giorno, basti pensare che i contratti futures scambiati sul Crude Oil americano e sul Brent di Londra ammontano complessivamente a circa 1,8 – 2 miliardi di barili al giorno. Ovvero 25 volte le dimensioni del mercato reale.
Ormai “giocare” col petrolio è diventato uno dei passatempi preferiti da parte di un sacco di operatori che solo qualche mese fa non erano presenti su questo mercato. Se n’è accorto anche il Congresso USA, ora che una Commissione parlamentare ha pubblicato i risultati di un’indagine secondo cui i tre quarti degli scambi al Nymex sono da ricondurre a speculazione.
Parecchi investitori istituzionali, Fondi Pensione, Fondi Sovrani, Fondi Hedge e Fondi Comuni, hanno scoperto un modo per recuperare le perdite subite nel crollo dei titoli legati ai mutui. Le grandi banche stanno spingendo questa moda anche verso il retail, creando prodotti strutturati, certificati, warrants ed altra carta di vario genere per attirare nella rete della speculazione anche il semplice risparmiatore: quello che non vende mai, per intenderci.
Sarà un caso che Goldman Sachs, che ha lanciato qualche settimana fa la ormai celebre previsione sul greggio a 200 dollari, sia anche il più importante operatore sui futures del petrolio?
La abbondante liquidità esistente sui mercati finanziari, gonfiata dalla Federal Reserve con immissioni quotidiane e tassi al 2%, uno sbocco lo deve pur trovare, specialmente se i mercati azionari sono in crisi e quelli obbligazionari per colpa dell’inflazione sono anch’essi in calo. Da qualche parte bisognerà pur metterli i soldi per lucrare a breve…
Del resto per investire sul future del greggio bastano meno di 8.000 dollari di margine e si può comprare un contratto da 140.000 dollari (ogni future ha 1000 barili come sottostante). Facile come bere un bicchier d’acqua. E allora tutti a spingere per comprare petrolio di carta… tanto deve arrivare a 200 dollari, come dice Goldman Sachs.
LE CONSEGUENZE
Il forte impulso subito dai prezzi di questa vitale materia prima è stato fino a qualche mese fa abbastanza snobbato dai mercati finanziari e dagli esperti, che osservavano, meravigliati ma contenti, che questa volta non si stava ripetendo la fiammata inflazionistica degli anni 70 e degli anni ’80.
L’economia mondiale è sembrata in grado di sopportare abbastanza bene gli incrementi fino a 70-80 dollari. Oltre questa soglia però è stato superato il limite di sopportazione degli operatori economici. Hanno infatti cominciato a scattare i tipici meccanismi di trasmissione dell’impulso sui prezzi dell’intera economia. Si sono impennati anche i prezzi delle derrate agricole, che salgono anche per motivi intrinseci, dato che subiscono il forte aumento della domanda mondiale causata dal numero crescente di uomini che oggi, rispetto a ieri, si nutre in modo adeguato. Gli indici che misurano l’inflazione non possono più essere indifferenti, nonostante tutti i tentativi distorsivi attuati dalle autorità politiche, statistiche e monetarie per non creare allarme: dalla continua revisione dei panieri aumentando l’importanza della tecnologia, che ha prezzi decrescenti, all’invenzione dell’inflazione “core” cioè dell’indice che misura l’inflazione senza considerare i prezzi agricoli ed energetici, considerando questi come “troppo volatili e fuorvianti”. Proprio Bernanke è uno dei paladini di questo “indice finto”. Comunque da qualche mese sta salendo anche l’inflazione finta e soprattutto si acuisce lo scollamento tra indice finto, indice globale e percezione dell’inflazione da parte dei consumatori. In tutto il mondo l’inflazione sta inesorabilmente rialzando la testa, come dimostrano i livelli raggiunti nei principali paesi: 4% in Eurolandia (grazie alla tanto criticata BCE che tiene l’euro forte), 4% in USA, oltre il 10% circa in Cina ed India, 15% circa in Russia e Brasile.
E se sale l’inflazione si strozza la capacità di acquisto dei consumatori e la crescita mondiale.
Si rischia così di precipitare in quel fenomeno che chi ha vissuto i primi anni ’70 ben conosce col nome di stagflazione: stagnazione della crescita + inflazione. Il peggior cocktail possibile.
Ma non tutto il male vien per nuocere.
L’aumento esponenziale dei prezzi del petrolio potrebbe consentire quel che né la politica, né il buon senso sono in grado, da soli di realizzare: il salvataggio del pianeta.
Sappiamo tutti che l’eccesso di CO2 sta modificando il clima e causando il rapido scioglimento dei ghiacci polari. Finora il massimo che i politici sono riusciti a fare è stato prendere atto del problema, darsi la colpa reciprocamente e fare appelli affinchè rapidamente si cambi rotta.
Il passaggio a fonti di energia rinnovabili e soprattutto a bassa emissione di CO2 è stato molto sbandierato, ma i progressi reali stentano ad affermarsi. L’eolico ha problemi estetici e dei limiti dovuti alla necessità di vento. Il solare termico si può usare solo dove c’è il sole tutto l’anno. Il fotovoltaico è ancora troppo caro in relazione al rendimento. L’idrogeno è pericoloso ed ha problemi di immagazzinamento e di trasporto. Il nucleare ha il problema della sicurezza e delle scorie e si basa su una fonte anch’essa non rinnovabile.
Occorre potenziare gli studi ed investire nella ricerca per trovare tecnologie in grado di superare tutti questi problemi in fretta. Finchè il petrolio è abbondante manca l’incentivo alla ricerca. Il prezzo alle stelle potrebbe invece favorire un nuova stagione di investimenti per il risparmio energetico e l’uso di fonti eco-compatibili.
QUANDO FINIRA’?
Essendo in presenza di un rialzo strutturale, dovuto a insufficiente offerta e sovrabbondante domanda, è difficile ipotizzare la fine del trend rialzista di lungo periodo, almeno per qualche anno e fino a quando non si avrà la diffusione di massa di fonti veramente alternative.
Tuttavia non possiamo ignorare, guardando al movimento di breve, che i caratteri di impulsività evidenziati dal grafico, sono tipici segni di euforia sganciata dalla realtà, che si vedono quando il trend ha raggiunto le sue fasi finali e necessita di una forte correzione. In altre parole, sul petrolio si è creata una bolla che assomiglia sinistramente a quella che nel 1999 si gonfiò attorno alla new economy. Se proviamo a sovrapporre il grafico degli ultimi 18 mesi del future sul petrolio con quello dei 18 mesi precedenti la fine della bolla new economy sul Nasdaq del marzo 2000, troviamo analogie impressionanti. Si veda l’immagine allegata.
Allora sappiamo com’è finita: con un calo del 78% dell’indice Nasdaq in poco più di due anni. Questa volta non mi azzardo a prevedere un crollo dell’80% delle quotazioni, però un ritorno in area 100, dove tra qualche settimana transiterà la trend line di medio periodo, potrebbe essere nell’ordine delle cose, se non arriveranno elementi di “disturbo”, come potrebbero essere sviluppi bellici sul fronte iraniano, e se le autorità americane decideranno di spuntare le unghie della speculazione attaverso un aumento dei margini, come ha giustamente suggerito il buon Tremonti alla riunione del G8.
Teniamo presente che questo provvedimento, tecnicamente fattibile rapidamente e senza particolari problemi burocratici, sarebbe in grado di costringere alla chiusura di molte posizioni, innescando un processo di ridimensionamento delle quotazioni che sarebbe una boccata d’aria fresca per le stremate tasche dei consumatori.
Non so se questo succederà. Spesso le soluzioni semplici vengono ostacolate quando a parole si afferma di volere un certo obiettivo ma nei fatti lo si vuole evitare. La lobby dei petrolieri era già potente e numerosa prima che all’accolita si aggiungessero gli investitori istituzionali e comprendeva oltre ai classici sceicchi arabi, anche la sempre più potente oligarchia russa, gli interessi privati dell’attuale amministrazione Bush-Cheney e naturalmente l’industria estrattiva USA.
Non sarà facile colpire realmente questo groviglio di interessi.
Però appare abbastanza evidente che se le prospettive di crescita mondiale non sono più così rosee, ed anche nei paesi di nuova industrializzazione si potranno avere rallentamenti marcati, anche la domanda potrebbe rallentare, ed allora continuare a sostenere che il petrolio deve andare rapidamente a 200 dollari potrebbe far sorridere, mentre oggi fa preoccupare.
 

Petrolio e Nasdaq

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