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Il Dilemma dell'Estate
24/07/2017 09:02

I recenti interventi dei banchieri centrali hanno mandato in totale confusione i mercati.

La settimana passata ha evidenziato l’abbandono di correlazioni e chiavi di lettura che per molto tempo hanno spiegato l’andamento le logiche sottostanti all’andamento dei mercati.

Proviamo a fotografare, con difficoltà, quel che sembra stia accadendo.

A prima vista a guidare le danze dei vari mercati è quello valutario. Qui assistiamo innanzitutto alla debolezza del dollaro, che è ben fotografata dall’andamento del Dollar Index, l’indice che misura la forza del dollaro USA rispetto ad un paniere che rappresenta tutte le altre principali valute. Questo indicatore ha raggiunto ad inizio anno, il 3 gennaio, i suoi massimi di periodo a quota 103,80, un valore che in precedenza si era visto nel 2002. Da questo livello è partita una fase correttiva piuttosto pronunciata, che ha disegnato un testa e spalle di inversione, completato a maggio, che ha prodotto un’accelerazione ribassista tuttora in corso, che ha permesso di raggiungere l’obiettivo della figura a 94,50 e di superarlo, rompendo al ribasso venerdì scorso anche il supporto successivo di 94,10. Ora si avvicina all’area di supporto decisiva compresa tra 92 e 93, che 4 volte, nel 2015 e 2016, ha sostenuto il dollaro impedendogli un avvitamento verso le debolezze del 2014 intorno a quota 80.

Questo indice ci segnala pertanto una conclamata fragilità del dollaro, motivata dalla progressiva disillusione sulle capacità di Trump di gestire, da solo e con l’unico aiuto della sua smisurata autostima, la macchina a cui è stato posto alla guida dai suoi sprovveduti concittadini e grazie al ruolo non disinteressato dei servizi segreti russi. L’epopea del miliardario senza regole e senza cultura sta rapidamente morendo nella culla, e si trasforma in una affannosa ricerca di salvezza della “famiglia” dai guai in cui si è cacciata per arrivare al potere. L’ultima puntata della mesta telenovela ci presenta la goffa ricerca di una via d’uscita, addirittura incaricando i suoi legali di ricercare se tra le pieghe costituzionali americane esista la possibilità di auto-amnistia, che il Presidente vorrebbe attribuire ai familiari e, se emergessero imputazioni a suo carico, anche a se stesso. Un’idea che fa impallidire persino il dittatore venezuelano Maduro.

La possibile accelerazione della triste parabola trumpiana verso esiti foschi si unisce ai segnali di rallentamento economico che si colgono nell’economia reale, con la Yellen che fatica sempre più a mantenere l’ottimismo sulle qualità della crescita americana e sull’inflazione, che si allontana nuovamente dall’obiettivo del 2%.

Ma il dollaro moscio fornisce il pretesto all’azionario USA per salire ancora, dato che la competitività delle esportazioni americane risulta beneficiata dalla debolezza del dollaro. E fornisce un pretesto ancora maggiore alla salita degli indici dei paesi emergenti, fortemente indebitati in dollari e che vedono il loro debito ridursi in valuta locale.

In Europa si compie il paradosso che l’euro si rafforzi anche quando Draghi afferma che la politica monetaria della BCE non è ancora prossima alla normalizzazione. Anzi, se i tassi non scenderanno più (sono già a zero e a -0,4% quelli sulla liquidità inutilizzata dalle banche e depositata presso al BCE), Draghi ha ammonito a non attendersi rialzi per un lungo periodo e che l’acquisto di titoli di stato non è detto che si fermi a fine anno.

I mercati azionari europei non hanno creduto a queste parole, ma hanno creduto alla forza dell’euro, che penalizza le esportazioni europee, e sono andati a punire soprattutto quegli indici azionari più industrializzati ed orientati all’export. Il Dax tedesco ha vissuto una settimana di passione, annullando tutto il rimbalzo della settimana precedente e sfondando i minimi di giugno, con l’intenzione di tornare al livello che occupava prima della sorprendete vittoria elettorale di Macron, che galvanizzò di entusiasmo le borse europee.

Ma se l’azionario europeo soffre, l’obbligazionario gode, mostrando invece di credere alla stabilità monetaria promessa da Draghi. Infatti in settimana sono scesi rendimenti e spread col Bund dei paesi più periferici.

Come si vede, si sono create molte divergenze, motivate da letture discordanti della situazione economica e monetaria che ci aspetta in estate.

In questi casi quel che si produce è un aumento di volatilità, favorito anche dall’avvicinarsi del mese di agosto, in cui i book sono meno affollati e gli squali possono creare agitazione più facilmente. Ma anche qui assistiamo al fatto che la volatilità si è creata in Europa, mentre in USA l’indice Vix, che misura la paura di volatilità futura, viaggia da tempo su minimi storicamente molto rari e che in passato hanno quasi sempre anticipato cali significativi del mercato azionario USA.

Insomma: cederà l’America o si riprenderà l’Europa? Questo è il dilemma dell’estate.

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