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La chiave di tutto e' il Dollaro
01/08/2017 08:23

Il mese borsistico di luglio sui mercati si è chiuso senza molte novità. Non è nuova infatti la cosa che balza maggiormente agli occhi, cioè l’accelerazione ribassista del dollaro, che ieri ha chiuso il mese di luglio realizzando un nuovo minimo annuale a 92,64 sul Dollar Index, l’indice che rappresenta la forza della valuta USA rispetto al paniere delle altre principali monete mondiali.  Questo indice ha perso ormai il 10% dai valori iniziali del 2017 ed è arrivato ormai in prossimità del test di area 92, che ha retto nel 2015 e 2016 e sotto il quale c’è un baratro di altri 10 punti circa.

Se usiamo la forza del dollaro per giudicare l’operato di Trump in questa prima parte del suo mandato osserviamo che a fronte di due mesi di deciso rialzo a fine 2016 (novembre e dicembre, dopo le elezioni e prima dell’insediamento) praticamente tutto il periodo di attività di Trump il dollaro lo ha passato al ribasso, quasi a evidenziare il progressivo sgonfiamento delle aspettative per i fatti generati dalle sue decisioni ed ancor più dalle sue indecisioni. Nel 2017 ha vissuto ben sei mesi di calo su 7, rimbalzando solo a febbraio. In luglio, anche se veniva dopo una sequenza negativa di 4 mesi, ha realizzato il peggior calo mensile di quest’anno. Non c’è molto da stupirsi se consideriamo il caos in cui sembra ultimamente precipitata la Casa Bianca, colpita da Russiagate, bocciature parlamentari della  riforma sanitaria, scavalcamento del Congresso (sulle sanzioni alla Russia), rese dei conti nello staff presidenziale. La girandola dei licenziamenti e della assunzioni alla Casa Bianca ha ormai raggiunto una velocità da capogiro. Non passa giorno senza che arrivi un avvicendamento nello staff presidenziale. Ieri addirittura è stato realizzato il record di tutti i tempi con il licenziamento del pittoresco ed assai sboccato Anthony Scaramucci da direttore della comunicazione della Casa Bianca, dopo soli 10 giorni dalla nomina ed appena dopo il giuramento del generale John Kelly a capo dello staff presidenziale, che evidentemente, senza disciplina militare, sembra ormai ingestibile.

Sta di fatto che della debolezza del dollaro continua ad approfittare l’EUR/USD, che ieri ha superato anche il precedente massimo annuale ed è approdato al di sopra di 1,18, imboccando un’autostrada che può portarlo agevolmente oltre 1,20.

La forza involontaria dell’euro penalizza la competitività delle imprese europee e preme sull’azionario europeo, il cui indice delle blue chips Eurostoxx50 sta tornando a testare il supporto di area 3.430, che lo ha salvato dal tracollo il 6 ed il 24 luglio. E’ chiaro che un nuovo test vedrebbe aumentare le possibilità di sfondamento, e, se ciò avvenisse, potremmo avere conseguenze ribassiste di gran rilievo, dato che l’evento causerebbe contemporaneamente la rottura della trend line che guida l’indice al rialzo da poco più di un anno ed il completamento di un testa e spalle ribassista che avrebbe come obiettivo il raggiungimento di area 3.200, cioè circa il 7% sotto i livelli di ieri.

La debolezza del dollaro crea un effetto divaricatore degli andamenti azionari tra le due sponde dell’Atlantico, dato che favorisce le imprese USA e penalizza quelle europee. Eurostoxx50 da inizio anno ha ridotto il guadagno a meno del 5%, il tedesco Dax al 5,5%, mentre SP500 sta salendo del 10,3% ed il Nasdaq100 del 20,9%, ed entrambi sono in prossimità del loro massimo storico.

Credo che gran parte della spiegazione del differente andamento dei mercati azionari mondiali stia tutta qui. Chi si avvantaggia del dollaro debole non ha problemi. Chi invece deve competere ed ha una valuta che si rivaluta sta soffrendo.

Oltretutto sembra che i mercati snobbino la normalizzazione della FED, che dovrebbe favorire la forza del dollaro attraverso il rialzo dei tassi USA e forse anche la effettiva capacità di Draghi di tenere ancora a banda i falchi tedeschi nella BCE. Il risultato è l’opposto di quello che le banche centrali vorrebbero vedere.

Il che la dice lunga sulla loro residua credibilità.

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