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Pausa americana, ansia europea
28/11/2017 08:36

Uno dei comportamenti tipici dei mercati finanziari è quello di scontare in anticipo gli eventi attesi e correggere quando questi si avverano, lasciando di stucco tutti quelli che credono che i mercati si muovano in conseguenza ai fatti che accadono. Invece si muovono in base alle aspettative che si consolidano nella testa degli investitori e, quando queste diventano realtà, se non si riescono ad imporre attese di nuovi eventi che alimentino ancora la spinta direzionale, allora scattano le prese di beneficio, ed avvengono correzioni più o meno marcate.

Una cosa del genere deve essere capitata ieri, al temine del lungo week end all’insegna degli acquisti, che aveva alimentato nella seconda metà del mese in corso, attese di buone notizie sulle vendite e spinto gli indici USA ad inanellare nuovi record storici. Ieri si concludeva la maratona consumistica con il Cyber Monday, ed allora, dopo un iniziale ultimo spunto di gioia, che ha permesso agli indici SP500, Dow Jones e Nasdaq100 di mettere in carniere un ultimo ritocco ai record storici, si sono viste prese di beneficio, che hanno portato a chiusure leggermente negative.

Nulla di clamoroso, intendiamoci. Perdere una minima frazioncina di punto percentuale dopo che contiamo ormai quasi 13 mesi di rialzo praticamente senza correzioni degne di nota, non significa assolutamente nulla. Del resto le notizie geopolitiche non sono poi così brillanti, dato che Kim sembrerebbe in procinto di preparare l’ennesima provocazione nucleare. Anche in patria l’esito della riforma fiscale di Trump non è scontato, nonostante il trionfalismo presidenziale. In settimana avremo il voto del Senato, ma gli indecisi sono ancora troppi. Aggiungiamo in campo economico le incertezze che provengono dalle borse cinesi, che hanno dato chiari segnali di inversione ribassista di breve periodo, mentre i rendimenti obbligazionari continuano a salire e mettono in difficoltà l’esercito di debitori che in questi anni ha fatto scorpacciate di liquidità ed ora deve pagare interessi sempre più onerosi. Con tutti questi focolai di possibili problemi le piccole perdite degli indici americani dimostrano la loro forza, non la loro debolezza.

Facciamo un confronto impietoso col le borse europee. Se l’America ha momentaneamente smesso di ridere, l’Europa sembra aver tutta l’intenzione di cominciare a piangere. La sensazione non è nuova, e si propone ai nostri occhi dall’inizio di questo mese. Ieri abbiamo avuto l’ennesima conferma delle difficoltà dei mercati azionari europei che, a dispetto di dati macroeconomici che riferiscono una crescita molto solida e diffusa quest’anno in tutta l’Eurozona, si trovano schiacciati dalla forza dell’euro, che anche ieri, prima di una pausa nella seconda parte della seduta, ha proseguito lo slancio oltre 1,19 contro il dollaro. I grafici giornalieri ci mostrano che venerdì scorso è stato completato un testa e spalle rialzista, che potrebbe riportare le quotazioni in area 1,22, cioè ben oltre i massimi raggiunti l’8 settembre, a quota 1,2094, prima della correzione che si è protratta per due mesi esatti.

L’altra questione che deprime le euro-borse, specialmente quelle dove il settore è maggiormente rappresentato, è l’incertezza sulle banche, che si trovano sballottate da notizie e rumor piuttosto ambigui. La Vigilanza BCE è propensa a irrigidire le norme sulla gestione delle sofferenze, il Parlamento Europeo invece vorrebbe facilitarne lo smobilizzo. Il tourbillon di rumor e dichiarazioni di personaggi influenti che si alternano ogni giorno favorisce oscillazioni ampie e senza senso sui bancari, che fanno venire il mal di mare agli investitori e generano volatilità ed incertezza.

Sta di fatto che, mentre Wall Street effettuava modeste prese di beneficio, le borse europee ieri hanno tutte lasciato sul terreno percentuali più significative, intorno al mezzo punto percentuale, confermando la difficoltà ad allontanarsi dai supporti che hanno contenuto la fase più violenta della correzione, nella prima metà di novembre. Mentre i listini americani sono ai massimi, quelli europei continuano a ballare sopra i supporti, col pericolo che, se in USA partisse una correzione degna di tal nome, in Europa si sfonderebbero gli argini, con probabili avvitamenti molto incisivi.

Il nostro Ftse-Mib ieri è stato di gran lunga il peggior indice europeo, penalizzato dalla brutta performance dei bancari, per i motivi esposti, ed anche degli energetici, che sono arretrati di pari passo, o anche un po’ di più, col prezzo del petrolio, che ieri è stato colpito anch’esso da prese di profitto ed è arretrato nuovamente sotto i 58 dollari, a tre giorni dal Vertice OPEC che dovrebbe decidere la prosecuzione dei tagli produttivi.   

Oggi è necessario che in Europa si rimbalzi prontamente, per evitare di interessare i supporti, che sono tornati d’attualità: area 3.540 per Eurostoxx50; 12.920 per il Dax tedesco e 21.930 per il nostro Ftse-Mib.

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