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Fuoco e Furia sui mercati
08/01/2018 08:34

Mentre gli americani, in coda a comprare il libro “Fuoco e Furia” sui gossip della Casa Bianca, si stanno arrovellando a sciogliere il terribile dilemma se il Presidente Donald Trump sia un “idiota e un bambino capriccioso”, come lo definisce il suo ex stratega Steve Bannon, riportando un’opinione che pare abbastanza diffusa tra i membri dello staff, o invece sia “molto intelligente, un genio” come si autodefinisce il Presidente stesso, le diplomazie mondiali ed i mercati sembrano aver già risolto l’enigma.

Le prime accreditando l’ipotesi dell’idiota, dato che a livello mondiale ogni presa di posizione di Trump e della sua diplomazia riesce immediatamente a coalizzargli contro tutto il resto del mondo. Era successo quando Trump ha abbandonato gli accordi di Parigi sul clima. Poi è successo per Geruslemme. E’ infine capitato anche per l’Iran. Per non parlare degli alleati. L’Europa ormai da mesi non riesce più a trovare un argomento da condividere col vecchio alleato, e nemmeno la Gran Bretagna, un tempo il più fedele alleato degli americani. La stessa Corea del Sud sta pian piano attuando un riavvicinamento diplomatico con gli ex nemici del Nord usando il terreno dello sport piuttosto che la guerra dei bottoni nucleari che vorrebbe combattere Trump, sconfessandolo platealmente e obbligandolo ad un imbarazzato silenzio.

Invece i mercati continuano ad essere convinti che sia un genio, perché incarna lo spirito primordiale dei mercati selvaggi, dove la speculazione smodata di breve periodo è l’unico motore ed il debito è il suo carburante. Piede sull’acceleratore fino a quando il motore non fonde. Quando succede si entra in campo la FED a salvare tutti e il bilancio pubblico a trasferire le perdite sulla collettività. Parola d’ordine: Liberisti in espansione, socialisti in recessione.

Pertanto c’è poco da stupirsi se anche in borsa Fuoco e Furia sono i caratteri dominanti di questa fase iperbolica della speculazione.

Oltretutto possiamo constatare che il comportamento dei mercati americani negli ultimi due mesi ha sostanzialmente ricalcato quello dell’anno precedente, dopo la sorprendente vittoria elettorale di Trump.

Il mese di novembre ha visto nella seconda parte un balzo vistoso, seguito da una piccola correzione a cavallo tra novembre e dicembre. Poi è ripartito il rally fin quasi a Natale. Durante le festività i mercati hanno preso fiato con un andamento laterale, per cedere nuovamente spazio al toro con l’anno nuovo e realizzare fin da subito nuovi massimi storici.

Tutto questo è capitato più o meno con gli stessi ritmi e misure anche un anno fa. E’ come se si recitasse sempre il medesimo copione.

La differenza però, e non è un dettaglio trascurabile, è che quest’anno gli indici USA si trovavano già circa il 20% più in alto dell’anno prima, e questo dà un’idea dell’iperbole speculativa che si sta vivendo.

Dal punto di vista macroeconomico infatti non ci sono validi motivi per giustificare livelli di valutazione così elevati. L’anno 2017 dovrebbe essersi chiuso con una crescita economica forse superiore al 2,5%, ma certo inferiore al 3%. E’ vero che il ritmo ha un po’ accelerato nel secondo e terzo trimestre, mentre il quarto ci verrà comunicato nella prima stima tra circa un mese. Ma tassi di crescita così non sono certamente record per gli USA e sono stati già ampiamente scontati nei prezzi delle azioni che salgono da quasi 9 anni consecutivamente.

Sono proprio le sorprese del “genio” quelle che il mercato cerca ripetutamente di anticipare, dopo aver capito che quel che diceva in campagna elettorale contro Wall Street era solo una recita per prendere il voto dei disperati e dei delusi dalla politica troppo molle di Obama nei confronti degli squali della finanza. In realtà Trump ha poi dimostrato, una volta alla Casa Bianca, dapprima di voler abbattere anche quel minimo argine eretto da Obama alla foga predatoria delle grandi banche d’affari, poi, con la tanto sbandierata riforma fiscale, di regalare alle grandi imprese americane e soprattutto a quell’1% più ricco, di cui lui fa parte, un sostanzioso sconto fiscale, che non si vede nelle tasche delle categorie più povere, a cui di fatto è stata tolta anche l’assistenza sanitaria introdotta da Obama. Ora il mercato attende, e già anticipa, l’altra arma letale per il bilancio pubblico. Quel Piano di investimenti da 1.000 miliardi di dollari per l’ammodernamento delle infrastrutture.

Altri regali ai suoi amici costruttori a spese del debito pubblico, cioè di chi verrà dopo di lui.

Un Robin Hood alla rovescia. Regala ai ricchi rubando ai poveri, di oggi, e soprattutto di domani, perché la crescita del debito pubblico non è altro che spendere ora i soldi che le generazioni future dovranno poi pagare.

L’entusiasmo della prima settimana dell’anno, in cui l’indice azionario USA più rappresentativo, SP500, ha collezionato un rialzo di +2,6%, il maggior rialzo settimanale da oltre un anno a questa parte, dimostra come meglio non si potrebbe come Wall Street reputa Donald Trump.

L’Europa borsistica si è adeguata ed ha annullato i segnali ribassisti che aveva fornito nell’ultima settimana del 2007.

Ora abbiamo un primo verdetto. La prima settimana dell’anno è stata positiva. Ce ne manca un altro per poi poter fare ipotesi sull’intero andamento del 2018: come andrà il primo mese. Perché esiste una correlazione statistica molto forte tra l’andamento della prima parte dell’anno e l’andamento dell’intero anno. Una correlazione che funzionò anche lo scorso anno. Infatti nel 2017 la prima settimana dell’anno ed il primo mese dell’anno furono positivi. E così fu anche per la performance annuale. Si ripeterà la cabala anche nel 2018?

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