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Piazzaffari meglio di Wall Street
12/01/2018 08:36

La giornata di ieri ha visto i rapporti forza tra azionario americano ed europeo ripristinare impetuosamente l’aspetto che abbiamo constatato negli ultimi due mesi del 2017 e che sono stati messi leggermente in dubbio ad inizio 2018, quando gli indici europei erano sembrati recuperare forza.

Invece ieri i mercati ci hanno confermato la forza dei compratori in USA e quella dei venditori in Europa, mostrando nuovamente forti disparità di salute a favore degli indici americani.

Tutti i principali indici americani, infatti, con un balzo poderoso e corale, hanno cancellato l’ipotesi correttiva che mercoledì sembrava volersi imporre, ed hanno registrato nuovi massimi storici al termine di una seduta convincente, che testimonia un’euforia che si auto-alimenta, non appena emergono notizie che sembrano dare, almeno in parte, ragione alle politiche di Trump.

Infatti cominciano ad arrivare dichiarazioni di manager di importanti multinazionali, che hanno affermato l’intenzione di rilocalizzare in USA parte della produzione per sfruttare i vantaggi fiscali della riforma Trump. Tra questi Marchionne ha annunciato oltre 1 miliardo di investimenti per portare in Michigan uno stabilimento oggi localizzato in Messico. Inoltre qualche impresa comincia a voler trasferire sulle buste paga dei dipendenti parte del beneficio fiscale che riceverà quest’anno. E’ il caso di  Wal Mart, il colosso dei centri commerciali USA, che ha annunciato di voler alzare il salario minimo a 11 dollari l’ora e la distribuzione di un bonus da 1.000 dollari a ciascun dipendente.

Invece in Europa le cose non girano altrettanto bene. Dopo la correzione di mercoledì, ieri sia il Dax tedesco che l’indice globale delle blue chips europee Eurostoxx50 hanno concesso il bis, allontanandosi ulteriormente dai massimi di quest’anno, fatti ad inizio settimana.

A mettere di cattivo umore l’azionario europeo è stata la lettura delle minute della riunione di dicembre della BCE e la scoperta che nel direttorio si sta già discutendo di modificare fin da inizio anno i tratti della politica monetaria, ora ultra - accomodante. Non si arriva ancora ad annunciare la fine dei due capisaldi politici della BCE (tassi a zero e Quantitative Easing, ora già ridotto a 30 miliardi fino a settembre) ma ad ipotizzare una revisione della batteria di strumenti che servono a comunicare ai mercati le intenzioni future, che in gergo tecnico chiamano “forward guidance”. E’ bastato questo per suscitare timori di inasprimenti nella politica monetaria e provocare un rimbalzo del rendimento del Bund decennale tedesco di 6 punti base, fino a superare lo 0,50%, soglia che non si vedeva dallo scorso mese di luglio.

Anche l’euro ha immediatamente ripreso forza e si è riportato nuovamente sopra 1,20 contro il dollaro ed oggi potrebbe tentare il terzo attacco alla forte resistenza di 1,209, oltre cui si aprirebbe una prateria rialzista per la moneta unica.

L’accoppiata rialzo dei rendimenti e forza del dollaro hanno fiaccato le velleità dei compratori, eccetto che per quelli che scommettono sulle banche, che invece dalla possibile rimozione futura dei tassi negativi sui depositi presso la BCE avrebbero solo da guadagnarci.

Perciò sono scesi gli indici europei pieni di società industriali e di utility, come ad esempio il Dax, mentre si sono ben comportati quelli pieni di banche, come il nostro Ftse-Mib, che nel 2018 ha solo registrato sedute positive ed anche ieri, con +0,64%,  è stato il miglior indice europeo di giornata. Sul listino milanese hanno brillato anche gli energetici, grazie al rally in corso del prezzo del petrolio, che ieri ha sfondato anche i 64 dollari al barile.

Oggi le borse europee partiranno con la necessità di recuperare il terreno che ieri gli indici americani hanno percorso senza di loro. Mi aspetto un’apertura positiva, ma poi occorrerà vedere quel che succede all’euro. Un dato che pare assodato è la debolezza europea rispetto agli USA. Ma questa non è una novità.

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