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DICHIARAZIONI DI GUERRA COMMERCIALE
25/01/2018 08:40

La sciagurata iniziativa protezionistica di Trump, cioè i dazi su lavatrici e pannelli solari, arrivata subito dopo il calcio al barattolo dello shutdown e subito prima di partire per la ribalta di Davos con lo stuolo di quasi tutti i ministri al seguito, aveva colto mercoledì di sorpresa i mercati, che non avevano avuto il tempo di rifletterci a dovere.

Ma ieri il senso del provvedimento si è fatto strada nella mente degli investitori, che hanno accelerato la pratica di uno degli sport preferiti da tempo, cioè la fuga dal dollaro, preoccupati dei danni che la guerra commerciale a tutto campo, dichiarata da Trump, sarà in grado di infliggere alla crescita globale futura. Un concetto che ieri è stato ribadito a Davos da tutti i leader europei che hanno calcato la scena del World Economic Forum. A partire dalla Merkel, molto dura con il populismo trumpiano (“un veleno”) e con l’ignoranza della storia da parte del Presidente americano. Ma anche Macron, dopo di lei, e persino il mesto Gentiloni non hanno risparmiato aperte critiche all’isolazionismo americano.

I mercati hanno accompagnato le parole dei politici europei continuando a bastonare il dollaro. Ma parliamoci chiaro. Chi può pensare che a Trump ed alla sua amministrazione interessi qualcosa del parere degli alleati europei? A chi si esalta quando ha tutti contro, quando può insultare ed inveire conto chi vede come nemico, a chi ha fatto proprio, da sempre, il motto napoleonico “Tanti nemici, tanto onore!”, la reazione ostile del mondo è una ulteriore medaglia da appendersi al petto gonfio, da presentare ai suoi esaltati ammiratori, sempre meno, ma sempre più sfegatati e, come lui, arrabbiati col mondo.

Allora, come se non bastasse la provocazione dei dazi, sono arrivati altri due missili dialettici da parte del Segretario del Tesoro Mnuchin (il Padoan d’America) e del Ministro del Commercio, che hanno dichiarato, il primo, che l’indebolimento del dollaro fa bene al commercio americano, ed il secondo che la guerra commerciale l’hanno già dichiarata gli altri all’America da tempo, mentre gli USA ora cominciano solo a contrattaccare.

A questo punto il Forex ha dovuto prendere atto che, come si dice, un indizio è un indizio, due indizi sono due indizi, ma tre indizi sono una prova che Trump vuole usare anche la debolezza del dollaro per spingere Wall Street e accaparrarsi qualche ulteriore vantaggio competitivo di breve periodo sul resto del mondo. Il primo indizio è il grafico del Dollar Index, l’indice che misura la forza del dollaro rispetto ad un paniere contenente tutte le altre principali valute del mondo. Ha frantumato il 12 gennaio scorso il supporto di 91, che aveva generato nel settembre scorso un po’ di rimbalzo della valuta americana, e negli ultimi giorni è sceso a rotta di colla, arrivando ieri a 88,72, mentre il cambio EUR/USD ah sfondato al rialzo anche il livello di 1,24.

Il secondo indizio sono le misure protezionistiche attuate, che saranno probabilmente seguite da ritorsioni da parte dei paesi (soprattutto Cina e Sud-Corea) che esportano in USA lavatrici e pannelli solari. La prova definitiva sono le dichiarazioni, papali papali, che la guerra commerciale è già iniziata e che gli USA non si fanno scrupoli a combatterla.

Evidentemente la forte accelerazione del cambio EUR/USD non poteva essere digerita molto bene dall’azionario europeo, che ha ripiegato significativamente, rinunciando per ora ad ogni velleità di superamento dei massimi dello scorso anno (del 2015 a 24.157 per il nostro Ftse-Mib).

Stamane ripiegano anche gli indici asiatici, mentre quelli americani ieri hanno avuto un comportamento a due facce, dopo un inizio di seduta euforico, che ha consentito di segnare anche ieri nuovi massimi assoluti a tutti. Poi, con il proseguimento della seduta, qualche investitore ha cominciato a riflettere anche in America. Perciò solo il Dow Jones, l’indice ospita più di altri le società maggiormente favorite dalle politiche di Trump, è riuscito a mantenere anche in chiusura il segno positivo, seppur ridimensionato rispetto ai massimi di seduta. Il vasto SP500 ha chiuso in lieve ribasso, mentre quelli che rappresentano maggiormente le società che verrebbero penalizzate se la guerra commerciale si estendesse (il tecnologico Nasdaq100 e il Russell 2000 delle Small e medium cap) sono caduti più pesantemente in territorio negativo.

Per quel che vale, dato che ultimamente i segnali ribassisti vengono regolarmente falsificati nel giro di un paio di sedute, questi due ultimi indici avrebbero anche consegnato un doppio segnale di inversione ribassista (Outside Bar e Bearish Engulfing), mentre SP500 e Dow Jones “solo” il primo dei due segnali.

La seduta odierna si presenta come la possibile continuazione, almeno nella parte iniziale, del movimento di ieri. Poi, però, arriveranno le decisioni della BCE e quindi alle 14,30 vedremo Draghi, nella Conferenza Stampa che seguirà la riunione mensile del Direttorio, ergersi in difesa del… dollaro.

Sì, lo so che il ruolo delle banche centrali è quello di difendere il valore della propria moneta e non di quella altrui. Ma in tempo di crisi (da cui l’Europa pare brillantemente uscita da tempo) ed in tempo di guerra commerciale il loro ruolo si ribalta e diventa quello di difendere “la debolezza” della propria moneta, per aiutare la competitività delle imprese locali.

Un compito che per il nostro Super Mario appare ora piuttosto complicato, dato che i mercati, dopo i colpi assestati al dollaro dai provvedimenti di Trump, stanno pesantemente scommettendo sull’ulteriore rafforzamento dell’euro, che oltretutto ostacola il raggiungimento del suo obiettivo di inflazione del 2%. Ma lui farà di tutto per rassicurare che i tassi ufficiali BCE resteranno ancora appiattiti a zero per un lungo periodo di tempo e che la politica rimarrà ancora accomodante. Ma i mercati, come dimostra l’arrampicata dell’euro ben superiore a quella dei rendimenti espressi dal mercato obbligazionario, sembrano aver ormai perso ogni fiducia nelle sue capacità di comando e si attendono che i falchi tedeschi prendano presto il sopravvento. Forse, come spesso accade quando i mercati si intestardiscono a scontare un evento che non si realizza mai, potrebbe essere solo la capitolazione di Draghi a far scattare prese di beneficio sull’EUR/USD. O magari, ovviamente, un ripensamento di Trump, folgorato sulla via di Davos. Tra i due eventi temo assai più probabile il primo.

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